I voti monastici

                                       I voti monastici nella luce della Pentecoste

Perché i voti a Pentecoste?

Sono contento che oggi uno dei miei figli faccia i suoi primi voti, consacrandosi a Dio nella Comunità per vivere nell’umiltà e nella vita comune la testimonianza di una presenza del Cristo quaggiù sulla terra. Perché proprio a Pentecoste? Precisamente per quello che il mistero della Pentecoste significa ed opera: quello che Dio ha compiuto sul piano esteriore diviene intimo a ciascun anima mediante il dono dello Spirito. Mediante lo Spirito Santo, Dio entra veramente nel cuore dell’uomo e rinnova nel suo cuore tutto il mistero di Cristo. Questa è la ragione della scelta. E questa è in fondo anche la ragione della Comunità: far presente Cristo nel mondo. Non vogliamo far altro, ma questo lo vogliamo fare,

II mondo ci chiede precisamente questa cosa: di essere Gesù, una imitazione di Lui, il sacramento visibile di un Dio che s’incarna anche oggi nella nostra povera umanità. Egli assunse la nostra natura umana perché a Lui la doniamo, ed Egli ripete nella nostra umanità il suo mistero di morte e resurrezione, il suo mistero di purezza e di umiltà, il suo mistero dì carità immensa verso il Padre e verso i fratelli.

Tutto questo deve essere oggetto della nostra meditazione. I testi della liturgia ci dicono che lo Spirito Santo è Spirito di verità e che ci introdurrà alla verità tutta intera (cfr. Gv 16,13), poi ancora: «Egli vi ricorderà tutto quello che Io ho detto» (Gv 14,26). Che vuol dire «introdurci a tutta la verità?» Si può trattare qui di una conoscenza puramente astratta, di una scienza teologica? No, la verità alla quale ci introduce lo Spirito non è quello che intende il pensiero greco quando parla di «verità», quanto piuttosto quello che intende il pensiero semitico. In quest’ultimo la verità ha un carattere concreto, è un fatto, una realtà. Infatti «verità» in ebraico si dice «’emet», e quando noi diciamo «amen» usiamo la stessa radice; «amen» significa «così è», è un richiamo alla realtà del fatto, alla realtà di quello che noi proclamiamo. Cosicché «introdurci alla verità» vuol dire farci entrare in un avvenimento, farci entrare in un essere, introdurci, inserirci sempre più profondamente in Colui che è la verità, e colui che è la verità è Gesù.

Essere introdotti alla verità vuoi dire essere inseriti in essa totalmente, non solo il vertice dello spirito, ma tutte le nostre potenze, in tal modo che non vi sia più in noi un pensiero nostro, né una nostra volontà, né un nostro sentimento, ma tutto in noi sia stato assunto dal Verbo divino e in noi non viva più che Gesù. Essere introdotti a tutta la verità vuoi dire essere totalmente affondati in questa Presenza, in tal modo che in noi non rimanga più che la presenza del Cristo. Ecco cosa vuoi dire essere introdotti alla verità.

Questo insegnamento ci viene anche dall’altro brano del Vangelo che dice: «Lo Spirito Santo vi ricorderà tutto quello che Io vi ho detto» (Gv 14,26). Che cos’è il ricordo? Nell’uomo il ricordo è soltanto il rimpianto di qualche cosa che non ritorna più; il ricordo non ravviva, non riporta le cose passate. Invece che cosa avviene nella memoria in cui lo Spirito Santo ci introduce? Tra poco io celebrerò la Messa, e la Messa è il memoriale, non semplicemente il ricordo della morte e resurrezione del Cristo. No, il ricordo in Dio è la presenza attuale, il ricordo in Dio fa presente quello che altrimenti sarebbe passato, perché in Dio tutto è presente; non vi è un passato, non vi è un futuro: tutto è attuale. E se lo Spirito Santo ci circonda, l’avvenimento cristiano è perché tale avvenimento diviene la nostra vita. Noi non andiamo a cercare Gesù che muore sul Calvario, cerchiamo Gesù che muore a Casa S. Sergio, cerchiamo Gesù che risorge a S. Sergio in ognuno di noi. L’avvenimento cristiano, ecco ritorna. Per noi ritorna, per il Signore no, ma per noi, mediante lo Spirito, avviene questo grande miracolo, si sfugge cioè ad un tempo che passa e si rimane nell’immutabilità stessa di Dio, dì un Dio che si comunica a noi, non nella sua essenza divina, ma in Cristo Gesù. Noi non possiamo trasformarci in Dio per natura, ma uniti al Cristo, divenuti una sola cosa con Lui, siamo anche uniti al Padre. Ed è mediante lo Spirito che tutto questo avviene. Perché mediante lo Spirito? E semplice: Perché è mediante lo Spirito che il Verbo si è incarnato nel seno della Vergine Maria, è mediante Io Spirito che il Cristo sì fa presente nell’ Eucarestia ed è infine lo Spirito che, donandosi a noi, in noi fa presente Gesù. Ecco perché la nostra consacrazione non è tanto il nostro dono a Dio, quanto piuttosto l’aprirci ad accogliere il suo dono. Non è forse nella Pentecoste che lo Spirito Santo è stato donato? Non crediamo di donare qualcosa a Dio! I voti religiosi sono soltanto la condizione perché noi possiamo accogliere l’infinito dono dell’amore divino.

I voti

Ed è proprio questo che noi viviamo oggi: vediamo cioè l’aprirsi di un’anima ad accogliere Dio che l’ha scelta per sé e la vuole unire a sé per sempre; non solo l’anima, ma anche il corpo, perché Dio si è fatto uomo. Nulla di quello che è Basilio appartiene più a lui. I voti di povertà, castità e obbedienza che sta per fare implicano questo strapparsi alle proprie radici per appartenere a Dio solo. La sua povertà non sarà soltanto la povertà delle cose esteriori, ma la povertà della sua volontà, perché non vi è nulla che maggiormente si opponga alla carità divina della «voluntas propria». Ecco l’importanza dell’obbedienza. In lui non deve essere che il Cristo a vivere, a pensare, e perciò a sentire, ad amare, a volere. Quello che avviene nella consacrazione religiosa è una certa imitazione di quello che avviene nella consacrazione delle sacre specie nella S. Messa: il pane e il vino offerti a Dio, per opera dello Spirito Santo si convertono in Corpo e sangue di Cristo. E noi che cosa possiamo offrire a Dio? Il nostro nulla, non abbiamo altro. Ma questo nulla, una volta che a Dio si offre, diviene una umanità che il Verbo assume per vivere in essa. Ecco quello che avviene in noi: imitazione di quello che avviene, dicevo, nella consacrazione della Messa. Due differenze ci sono, però: la prima è che il pane e il vino non oppongono resistenze, non hanno una loro volontà. Quando io dico «questo è il mio corpo», il pane è immediatamente il Corpo di Cristo. Noi invece vogliamo, sì, donarci a Dio, ma quanti segreti legami al nostro amor proprio, a noi stessi, quanti condizionamenti, quante riserve inconsapevoli rimangono in noi! Il nostro è atto vero. Infatti questo atto per il quale ognuno di noi si dona a Dio costituisce, come diceva san Francesco di Sales, la santità del cuore, che dobbiamo raggiungere in un istante solo. «Per quanto io sono cosciente, non voglio più appartenermi, voglio esser totalmente di Dio»: questa è la volontà di chi si consacra. Però rimangono questi impedimenti. Infatti io, che sono già vecchio, non sono ancora santo! Rimangono in noi tanti segreti legami a noi stessi, al nostro amor proprio, alle nostre aspirazioni, alla nostra sensibilità. Però lo Spirito Santo lentamente ci trasformerà. Quello che avviene nella Consacrazione in un atto solo, immediato, nelle anime consacrate avviene invece attraverso tutta la vita. Infatti Basilio sarà santo della santità del cuore, ma quanto alla santità della condotta dovrà vivere questo cammino che porterà a una sua trasfigurazione totale; e speriamo che tutto questo avvenga in poco tempo, ma in generale ci vuole tutta la vita. Questa è la prima differenza. La seconda differenza è che nella Consacrazione del pane e del vino non rimane più nulla: pane e vino scompaiono, rimangono soltanto la specie, ma il pane e il vino non ci sono più. E invece Basilio rimane. Non rimane la sua umanità, perché rimane soltanto l’umanità del Cristo, ma nella umanità del Cristo rimane Basilio e Gesù, Gesù e Basilio. La persona di ciascuno di noi rimane eternamente. Proprio per questo noi siamo salvi. E perché rimane? Perché non possiamo vivere questa donazione a Dio che per un atto, un consenso nostro, un atto personale, nostro. Se cessasse il consenso di chi, sposando, si è donato a un’altra creatura, verrebbe meno il matrimonio. E sono tanti i matrimoni che si sfasciano, perché l’amore che si è promesso poi viene negato e magari si ama un’altra donna o un altro uomo, e allora il matrimonio viene meno. Non c’è, come per il Battesimo, come per la Cresima, come per il Sacerdozio, il carattere: il matrimonio può essere rotto da noi, quando cessa di esservi questo consenso. E per un atto libero, che non viene mai più ritratto, che il matrimonio acquista la sua indissolubilità, ma di fatto quanti matrimoni si spezzano per il fatto che viene meno il consenso di questo dono reciproco che l’uno fa all’altro nell’amore! Ecco, questo avviene anche nella consacrazione: rimane cioè la persona dell’uno e dell’altro, la persona del Cristo che si dona a lui, la persona sua che si dona al Cristo. Ma anche questa alleanza di amore può essere rotta. Ecco quello che non avviene invece nell’Eucaristia, appunto perché non c’è il consenso: pane e vino infatti sono elementi che non hanno una loro volontà; invece per questa volontà, che mi rimane, io posso sempre infrangere i miei voti.

Questa consacrazione è veramente un’alleanza d’amore. Il pane e il vino non possono vivere un’alleanza d’amore: può viverla soltanto una persona umana con la persona di Dio. È la persona del Verbo che si unisce a te e tu che ti unisci al Verbo. La Consacrazione è già non la promessa del matrimonio ma il matrimonio stesso; è già l’unione nuziale. Non per nulla le religiose si dicono le spose di Cristo. E già l’unione nuziale, soltanto non è l’unione nuziale consumata, è rata ma non consumata. È vissuta già dinanzi all’altare, ed è veramente un atto di donazione che tu fai quando ti consacri a Dio. Allora la nostra umanità, totalmente trasfigurata e glorificata, non potrà opporre più alcuna riserva al divino amore, e allora sarà realizzata la piena consumazione.

In che cosa consiste questa consumazione? Nel non avere più una nostra vita, nel non avere più una nostra volontà, nel non avere più un nostro sentimento, un nostro pensiero; consiste nella vita in noi dell’unico Cristo Gesù. Certo, questo si può anticipare anche quaggiù, ma non mai in un modo assolutamente perfetto. Per questo le parole di Paolo nella lettera ai Calati: «Vivo io, ma non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me» (Gal 2,20) saranno perfettamente adempiute solo nel cielo. Però già ora dobbiamo cercare di viverle, già ora dobbiamo cercare di eliminare, volta per volta che ce ne accorgiamo, ogni atto in cui si esprima o un nostro volere, o un nostro sentimento, o un nostro pensiero. I voti non sono altro che questo strapparsi dell’uomo alle proprie radici per essere totalmente posseduto da Dio, strappata ogni nostra volontà, ogni nostro sentimento, perché in noi non viva più che Gesù. Non è la morte no di noi rimane eternamente. Proprio per questo noi siamo salvi. E perché rimane? Perché non possiamo vivere questa donazione a Dio che per un atto, un consenso nostro, un atto personale, nostro. Se cessasse il consenso di chi, sposando, si è donato a un’altra creatura, verrebbe meno il matrimonio. E sono tanti i matrimoni che si sfasciano, perché l’amore che si è promesso poi viene negato e magari si ama un’altra donna o un altro uomo, e allora il matrimonio viene meno. Non c’è, come per il Battesimo, come per la Cresima, come per il Sacerdozio, il carattere: il matrimonio può essere rotto da noi, quando cessa di esservi questo consenso. E per un atto libero, che non viene mai più ritratto, che il matrimonio acquista la sua indissolubilità, ma di fatto quanti matrimoni si spezzano per il fatto che viene meno il consenso di questo dono reciproco che l’uno fa all’altro nell’amore! Ecco, questo avviene anche nella consacrazione: rimane cioè la persona dell’uno e dell’altro, la persona del Cristo che si dona a lui, la persona sua che si dona al Cristo. Ma anche questa alleanza di amore può essere rotta. Ecco quello che non avviene invece nell’Eucaristia, appunto perché non c’è il consenso: pane e vino infatti sono elementi che non hanno una loro volontà; invece per questa volontà, che mi rimane, io posso sempre infrangere i miei voti.

Questa consacrazione è veramente un’alleanza d’amore. Il pane e il vino non possono vivere un’alleanza d’amore: può viverla soltanto una persona umana con la persona di Dio. E la persona del Verbo che si unisce a te e tu che ti unisci al Verbo. La Consacrazione è già non la promessa del matrimonio ma il matrimonio stesso; è già l’unione nuziale. Non per nulla le religiose si dicono le spose di Cristo. E già l’unione nuziale, soltanto non è l’unione nuziale consumata, è rata ma non consumata. È vissuta già dinanzi all’altare, ed è veramente un atto di donazione che tu fai quando ti consacri a Dio. Allora la nostra umanità, totalmente trasfigurata e glorificata, non potrà opporre più alcuna riserva al divino amore, e allora sarà realizzata la piena consumazione.

In che cosa consiste questa consumazione? Nel non avere più una nostra vita, nel non avere più una nostra volontà, nel non avere più un nostro sentimento, un nostro pensiero; consiste nella vita in noi dell’unico Cristo Gesù. Certo, questo si può anticipare anche quaggiù, ma non mai in un modo assolutamente perfetto. Per questo le parole di Paolo nella lettera ai Calati: «Vivo io, ma non sono più io che vivo, è il Cristo che vive in me» (Gal 2,20) saranno perfettamente adempiute solo nel ciclo. Però già ora dobbiamo cercare di viverle, già ora dobbiamo cercare di eliminare, volta per volta che ce ne accorgiamo, ogni atto in cui si esprima o un nostro volere, o un nostro sentimento, o un nostro pensiero. I voti non sono altro che questo strapparsi dell’uomo alle proprie radici per essere totalmente posseduto da Dio, strappata ogni nostra volontà, ogni nostro sentimento, perché in noi non viva più che Gesù. Non è la morte quella che si vive; o piuttosto, vivendo la morte a noi stessi noi ci apriamo alla vita divina e Dio si fa presente in noi per vivere in noi.

L’azione trasformante dello Spirito

Abbiamo iniziato questa celebrazione con il canto «Vieni Santo Spirito». Di fatto il grande mistero sta per compiersi: le oblate, per la discesa dello Spirito Santo, si trasformeranno e si convertiranno nel Corpo e Sangue del Cristo. Per l’invocazione dello Spirito Santo (epiclesi) sopra l’assemblea – e in modo particolare su Basilio – si opera una trasformazione. L’ha operata negli Apostoli: erano poveri uomini e sono diventati strumento dell’onnipotenza divina per portare a tutte le genti il messaggio della salvezza. Ugualmente lo Spirito deve trasformare ciascuno di voi, deve trasformare Basilio, in Cristo Signore. Questo noi vogliamo dallo Spirito: che questo povero ragazzo, povero come tutti noi, divenga sacramento del Cristo. La presenza del Cristo nell’Eucarestia è presenza misterica: nessuno lo vede, nessuno ne ascolta la voce. Egli non opera più visibilmente; è presente realmente, ma non entra nel mondo di quaggiù. Piuttosto siamo noi che siamo portati attraverso l’Eucarestia nel suo mondo, dove Egli vive alla destra del Padre. Ma per l’azione dello Spirito avviene oggi qualcosa di più misterioso ancora: un giovane, un uomo diviene strumento del Cristo. Certo, rimane la distinzione della persona creata dalla Persona del Verbo; certo, la trasformazione non avviene in modo immediato; tuttavia l’azione dello Spirito lentamente lo trasformerà e lo farà sacramento del Signore. Egli ha questa funzione, di far presente Gesù.

Le opere contano, ma in quanto sono espressione di questa trasformazione nostra in Cristo Signore. Perché la salvezza, miei cari fratelli, non la danno tutti: uno solo è colui nel cui Nome si può essere salvi: Cristo Gesù. Ma se veramente Gesù è l’unico nel quale possiamo sperare salvezza, questo Gesù noi oggi non lo vediamo più operare nel mondo. Ecco la necessità che lo Spirito Santo discenda sopra di noi, perché, pur mantenendo la distinzione della persona creata – cioè di noi – dall’Unico, ugualmente però viviamo la medesima Sua vita. Noi siamo per il mondo una epifania di Gesù. Questo è un impegno che ci fa tremare davvero, che ci da uno sgomento pauroso, perché siamo dei poveri uomini, incapaci, deboli, imperfetti; ma noi ci fidiamo di quel Dio che ci ha chiamato. Il mondo ha bisogno di vedere Gesù, il mondo ha bisogno di conoscere il Cristo, di ascoltare la Sua voce, ha bisogno che si faccia presente Colui che un giorno, passando per questa Terra, ha manifestato e rivelato il Suo Padre Celeste, il Suo Dio. Se dunque oggi noi non possiamo più vedere Gesù, il mondo però ha bisogno di vederlo. Se oggi il mondo non può più ascoltare la Sua parola tuttavia ne ha ancora bisogno. Occorre dunque che lo Spirito Santo

discenda sopra di noi e trasformi ciascuno di noi in un sacramento vivo del Cristo. Miei cari fratelli, io sono un povero uomo e vorrei essere degno della mia missione e aver realizzato la mia missione, ma non rinunzio, non posso rifiutare, non posso abdicare alla missione che ho ricevuto di tendere a Dio: devo cercare di essere veramente per tutti gli uomini una presenza del Signore. Questo debbo chiedere anche per voi, ma soprattutto per me: essere nel mondo un’altra immagine del Cristo. Come ha detto Gesù: «Chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9 b), così ciascuno di noi possa dire: «Chi vede me, vede Gesù».

L’esigenza di Dio, l’esigenza del mondo

E una grande responsabilità, miei cari fratelli, quella che ci deriva dalla nostra vocazione. Una responsabilità che ci fa spavento e che tuttavia non ci turba: fa spavento se noi consideriamo quello che noi siamo, ma non ci può turbare, perché Colui che ci ha chiamato è l’onnipotenza stessa dell’Amore. E lo Spirito di Dio è onnipotente, perciò noi dobbiamo rispondere e realizzare non le nostre aspirazioni, sia pur grandi quanto si vuole, ma le esigenze di Dio e il bisogno del mondo. Sono cose che ci potrebbero far paura se noi non mantenessimo fermo il principio che la realizzazione di una nostra vocazione non può essere altro che opera di Dio. Noi non viviamo per noi; ecco il primo tema che noi dobbiamo tener presente. Viviamo per rispondere alle esigenze di Dio e al bisogno del mondo. Ora l’esigenza di Dio non può essere altro che una esigenza infinita; Egli non sarebbe più Dio se ci chiedesse qualche cosa di meno di Se stesso. Dio non può contentarsi che di Sé, Dio chiede a ciascuno di noi Se medesimo, infinito. E precisamente questo, direi, quello che Dio ci chiede: la sua Santità, non qualche cosa di meno. D’altra parte anche il mondo che cosa ci chiede? Lo stesso: non ci può chiedere che Dio. Tutto il resto che noi possiamo dare agli uomini è sempre ben povera cosa. Se io do a voi di vivere ancora cento anni, che ve ne fate? In fondo, morire oggi o morire fra cento anni è la stessa cosa, se la nostra vita non ha un senso più alto, più grande. E il mondo non chiede a noi meno di Dio, perché noi siamo fatti per Lui e soltanto Dio può rispondere al bisogno dell’uomo. Sì, Egli ci ha fatto per Sé, e il nostro cuore è inquieto fintante che in Lui non riposa, come diceva sant’Agostino. Il mondo vivrà sempre una sua angoscia mortale, vivrà sempre una sua passione. Il male vero del mondo è che gli uomini hanno perduto Dio e non lo trovano più. E fintante che non ritrovano Dio non vi sarà per gli uomini nessuna possibilità di trovare la gioia di possedere una sicurezza, la pace, l’amore. In Dio soltanto il cuore dell’uomo può trovare, dicevo, il suo riposo e la sua pace. Allora Dio aspetta Dio, il mondo aspetta Dio, e a questa duplice esigenza degli uomini e di Dio noi siamo chiamati a rispondere. Come? Dio si è fatto presente nell’umiltà di Gesù di Na-zaret, nel silenzio di Gesù di Nazaret. Il mondo attendeva il Messia, e quando il Messia è venuto è stato per trent’anni a Nazaret in una vita di umiltà, di nascondimento, di povertà, di silenzio. Però era Dio. Ora se veramente noi viviamo la vita del Cristo, se noi veramente ci trasformiamo nella vita di Cristo, noi porteremo agli uomini Dio, noi porteremo, a Dio, Dio stesso, perché anche quando viveva a Nazaret, il Figlio di Dio era la compiacenza infinita del Padre. Il Padre si compiaceva in Lui. Quell’operaio, quell’uomo che viveva nascosto, non conosciuto da alcuno, era lo splendore della gloria del Padre, era il riposo di Dio, il compiacimento infinito di Dio. Che cosa dunque ci chiede il Signore? Di essere Dio. Che cosa ci chiede il mondo? Di essere Dio. Ma essere Dio non vuoi dire per noi fare delle cose immense, stupefacenti; non chiede il Signore a noi di «fare», di avere un successo straordinario nelle nostre imprese: ci chiede di «essere» come è Gesù, com’è il Figlio di Dio anche nella sua natura umana: la rivelazione suprema dell’amore di Dio. Questo noi dobbiamo essere, questo il Signore ci chiede. Nella sua vita mortale, Egli ha vissuto la nostra povera vita, e Dio ci chiede di vivere la nostra povera vita, ma ci chiede di viverla come l’ha vissuta il Signore, in tal modo che questa semplicità e questa umiltà e questa povertà siano pura rivelazione di una Presenza di santità, di amore. Dio ci chiede questo; è questa la nostra missione. Quando Dio si è fatto presente si è fatto presente in Gesù, e noi non possiamo pensare che la risposta nostra a Dio significhi per noi vivere una vita diversa da quella che ha vissuto il Signore.

Detto questo, però, rimane vero che anche in una vita umile e semplice come la nostra, noi non riusciremo mai a liberarci da questa chiusura che ci ha imposto il peccato, per la quale chiusura noi viviamo più per noi stessi che per Dio, più per noi stessi che per gli altri; non raggiungeremo mai quella stessa purezza di amore che è stata la vita del Cristo. Come è possibile per noi allora rispondere alle esigenze di Dio e alle esigenze degli uomini? Ecco la risposta che ci viene oggi dalla festa di Pentecoste: lasciando che lo Spirito Santo viva in noi. Non vi è altra legge per il cristiano che l’abbandono all’azione dello Spirito. È Dio che deve vivere in noi, e Dio si è effuso nei nostri cuori precisamente per vivere in noi. Ed ecco allora la prima cosa che il Signore chiede: di credere allo Spirito Santo. Non allo Spirito Santo che sta nel ciclo, ma allo Spirito Santo che noi tutti abbiamo ricevuto mediante il Battesimo, che abbiamo ricevuto nuovamente attra­verso la Confermazione, che riceviamo ogni giorno nella misura che la no­stra fede si apre ad accogliere il dono di Dio. Perché il dono di Dio non è mai un dono passato.Dio non ha passato, Dio è l’eterno Presente; e allo­ra noi dobbiamo vivere costantemente questo accogliere Dio in noi. La prima cosa che si chiede perché lo Spirito Santo sia la nostra vita, possa vivere in noi, dia a noi la possibilità di vivere la Sua vita, è quella di credere: credere che in ogni istante possiamo accogliere Dio in noi. Certo non è una cosa facile. Voi credete per esempio di poter ricevere da Agnelli cinquanta miliardi? Mi sembra di no, vero? Mi sembra che sia impossibile pensarlo. Ebbene dovete credere di ricevere infinitamente di più. Che cosa possono essere cinquanta miliardi? Spazzatura, diceva S. Paolo (cfr. Fil 3,8). Ma noi dobbiamo essere consapevoli, invece, che in questo istante, se mi apro, tutto il paradiso discende in me, Dio vive in me. Ecco la prima cosa che vi chiedo, miei cari figlioli: credere al dono di Dio. Credere allo Spirito Santo vuoi dire credere al dono di Dio, perché, il nome dello Spirito Santo è dono. Spirito sono anche il Padre e il Figlio; Santi sono anche il Padre e il Figlio; lo Spirito Santo allora non ha nome? Sì, secondo san Basilio, il quale ha scritto il più grande trattato sullo Spirito Santo, al tempo della Patristica, il nome della terza Persona della SS.ma Trinità è Dono. Esso è infatti il dono che Dio ci fa di se stesso; Dio si dona a noi nello Spirito Santo e noi dobbiamo riceverlo. Questo venire dello Spirito in noi, ecco, questa è la vita cristiana. S. Serafino di Sarov dice che la vita cristiana consiste nell’acquisizione dello Spirito Santo. Ma non dobbiamo aspettare troppo: se noi diciamo con tutta l’anima: «vieni!», se noi ci apriamo, lo Spirito Santo discende. È mai possibile che l’acqua di una diga rimanga chiusa al di là, se tu apri la diga? Che cosa si richiede perché venga in te? Che tu apra le porte, perché Egli già preme sulla porta dell’anima tua per entrare, per colmare di Sé gli abissi dell’anima, per riempire di Sé il vuoto della creatura. Apriamoci a Dio per accoglierlo! Credere nello Spirito Santo è credere a questa immensità di amore che vuole dilagare nel tuo cuore. La senti questa alluvione? Egli riempie tutto, colma ogni abisso. Non rimane che aprirci a Dio, questa è la prima cosa che dobbiamo vivere. Non parliamo dei doni dello Spirito Santo, la cosa più importante è il dono di lui, cioè Lui stesso. Che cosa vuole la sposa dallo spo­so? Vuole i suoi doni o vuole lui? I doni dello sposo sono in ordine al dono che ciascuno fa di sé all’altro. Così anche i doni di Dio. Io non voglio i doni, voglio Lui! I doni di Dio sono soltanto i segni di questo dono infinito che è Dio stesso, Dio che vuole riempire il tuo cuore. Miei cari fratelli, dobbiamo aprirci a Dio, a questa invasione di luce. Ci crediamo? Io no, perché se ci avessi creduto a quest’ora sarei santo, e invece non lo sono; sì, voglio credere, e voi dovete aiutarmi a credere, proprio perché tutta la mia anima si apra ad accogliere il Signore.

La cosa più grave in noi è che non crediamo mai a sufficienza. Il Signore ci chiede invece soltanto questa fede, la fede che ci proporziona a Lui, come dice S. Giovanni dalla Croce: «l’unica virtù che ci proporziona a Dio è la fede». Ma la nostra fede è così povera, così poca! Siamo così presi dai nostri problemi… ma che cosa sono mai i nostri problemi se veramente Dio si dona all’anima nostra? Cosa conta se siamo malati, se le cose vanno male? Non va male nulla, già tutto è Paradiso se l’anima si apre ad accogliere Dio.

Dio vuole essere tutta la nostra proprietà, la nostra ricchezza, la nostra gioia, la nostra eternità. Aprirci al dono dello Spirito! E quando lo riceveremo, non dobbiamo credere che Esso rimanga in noi come i gioielli nella cassa-forte, fermi… lo Spirito non sta a questi patti! Lo Spirito è forza divina, è potenza che tutto sconvolge; non entra in noi per rimanere chiuso, per starsene ad aspettare che noi lo adoriamo, lo Spirito è forza che ti rinnova, che ti sconvolge, che ti rapisce, che ti solleva, che ti dilata nella misura stessa della divina immensità. Infatti lo Spirito Santo se è venuto, come dice S. Giovanni (cfr. Gv 3,8), ti porta su, e il tuo spirito viene portato da una potenza di amore tale che nulla potrà più fermarti in questo cammino. Se riceveremo l’infinito Suo amore, noi sapremo anche amare di quell’amore perfetto, di quell’amore divino che Egli si attende da noi. Io vi chiedo di non limitare la vostra risposta ai vostri desideri, alle vostre aspettative, ma di rispondere alle esigenze di Dio. E voler rispondere alle esigenze di Dio vi da subito, immediatamente, il senso della vostra impotenza assoluta. Perciò voi capite bene che non potrete rispondere con le vostre forze, non potrete rispondere per quello che siete; e allora s’impone necessariamente il credere. Se sei tu che fai, sarà un disastro, ma se lascerai che in te faccia Dio, una volta che l’hai ricevuto, tu non avrai altro da fare che stare a contemplare il prodigio di questo amore divino che vive nel tuo medesimo cuore.

 

                                                                                                                       don Divo Barsotti

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